Il fattore che decide il successo della salita non è la forma fisica, ma la capacità del corpo di adattarsi alla quota. Come funziona, cosa aspettarsi e cosa fare se qualcosa non va.
Parla con Walter Guarda i tourI numeri della montagna
Il Kilimanjaro arriva a 5.895 metri. A quella quota l’ossigeno disponibile è circa la metà di quello al livello del mare. Non servono corde, tecnica alpinistica o attrezzatura specializzata, ma il corpo deve avere il tempo di adattarsi. È questa la sfida vera della montagna.
Fisiologia della quota
Quando si sale in quota, la pressione atmosferica scende e con essa la quantità di ossigeno che ogni respiro porta nel sangue. Il corpo risponde aumentando la frequenza respiratoria, accelerando il battito cardiaco e, nel tempo, producendo più globuli rossi. Ma questo adattamento richiede giorni, non ore.
La regola fondamentale dell’alpinismo si chiama “salire alto, dormire basso”. Significa che il corpo tollera di muoversi a quote elevate durante il giorno, ma ha bisogno di riposare a quote inferiori per consolidare l’adattamento. Molte vie del Kilimanjaro sono progettate proprio su questo principio, con profili di salita che comprendono dislivelli positivi seguiti da discese ai campi.
Il problema è il tempo. Le vie più rapide impiegano 5 giorni per toccare la vetta, abbastanza per molte persone, non per tutte. Le vie a 7 o 8 giorni hanno tassi di successo significativamente più alti perché danno al corpo più tempo per adattarsi alle quote intermedie prima di affrontare quella finale.
Pole pole. In swahili significa “piano piano”. Non è un motto turistico, è una strategia fisiologica. Chi cammina lento, respira meglio, mantiene la saturazione di ossigeno più alta e arriva in cima con più riserve di chi ha fatto il passo più lungo della gamba nelle prime ore.
I nostri accompagnatori controllano il passo dall’inizio, anche quando i clienti si sentono bene e vorrebbero camminare più veloce. È una delle prime cose che diciamo a chi parte con noi.
Riconoscerlo in tempo
Il mal acuto di montagna (AMS, Acute Mountain Sickness) si manifesta in modo diverso a seconda della gravità. Saper distinguere un disagio normale da un segnale che richiede attenzione può fare la differenza tra completare la salita e doverla interrompere in sicurezza.
Scegliere la via giusta
Ogni via ha un profilo di salita diverso. Alcune sono più ripide e rapide, altre più lunghe e graduate. Per chi non ha esperienza di quote superiori ai 4.000 metri, la scelta della via è già una scelta sull’acclimatamento.
Dal campo
Il Kilimanjaro è una montagna democratica nel senso vero, chiunque abbia una buona preparazione fisica di base e la pazienza di salire lento può tentarla. Non è l’Everest, non è il Monte Bianco. Ma chi la sottovaluta paga un prezzo alto.
Il profilo fisico non è un buon predittore del successo. Negli anni abbiamo visto ultramaratoneti fermarsi a 4.800 metri per cefalea invalidante e persone di settant’anni raggiungere tranquillamente Uhuru Peak. La differenza quasi sempre è nel passo, nell’idratazione e in quanto tempo la via concede al corpo per adattarsi.
Direttore Tecnico, in Africa dal 1993 e in Tanzania dal 1996
Una cosa che ripeto sempre a chi si prepara per il Kilimanjaro, allenati a camminare piano. Sembra stupido, ma chi arriva dalla montagna italiana è abituato a un passo sostenuto. Qui rallentare è la difficoltà vera, non la salita.
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I tour in Tanzania →Domande frequenti
L’acetazolamide (Diamox) è il farmaco più usato in via preventiva per l’AMS. Richiede prescrizione medica e ha effetti collaterali (formicolio alle estremità, diuresi aumentata). Non elimina l’AMS, ma riduce l’intensità dei sintomi e accelera leggermente il processo di adattamento.
Il parere del medico è fondamentale prima di partire. Non è un farmaco che si assume senza valutazione clinica, e non sostituisce la scelta di una via con buon profilo di acclimatamento.
La preparazione fisica aiuta ad arrivare stanchi il meno possibile, ma non previene l’AMS. L’allenamento cardiorespiratorio, corsa, ciclismo, nuoto, migliora la capacità del corpo di lavorare con meno ossigeno disponibile.
Chi ha accesso a montagne tra 2.500 e 3.000 metri può fare uscite in quota nelle settimane precedenti. È la preparazione più diretta. Chi vive in pianura può fare trekking lunghi con dislivello, dedicando tra 8 e 10 settimane alla preparazione.
Molto. La disidratazione aggrava ogni sintomo dell’AMS e compromette la capacità di acclimatarsi. In quota l’evaporazione attraverso i polmoni è aumentata, e si perde liquidi più velocemente che a valle, spesso senza sentire sete.
La quantità raccomandata è 3 o 4 litri al giorno durante la salita. Osservare il colore delle urine è il metodo più semplice per capire se si sta bevendo abbastanza.
No. Stella Point è a 5.756 metri, sul bordo del cratere, e raggiungere quella quota in salita libera è un risultato che la grande maggioranza delle persone non toccherà mai nella vita. Il certificato di Stella Point è riconosciuto ufficialmente dalla Tanzania National Parks Authority.
Tra Stella Point e Uhuru Peak c’è circa un’ora di cammino sul ciglio del cratere, a quota elevatissima. Chi arriva a Stella Point sentendosi bene e con riserve fisiche continua. Chi sente che il corpo non risponde più ha fatto la cosa più intelligente possibile fermandosi lì.
La guida accompagna l’ospite nella discesa e rimane con lui fino al campo o al gate. Non si lascia nessuno da solo in montagna. Il resto del gruppo, se c’è, continua con l’altra guida.
La discesa risolve i sintomi nel giro di ore. Arrivati a una quota inferiore di almeno 500 metri, la maggior parte delle persone si riprende rapidamente. Non ci sono conseguenze a lungo termine dal mal acuto di montagna ben gestito.
Walter risponde alle domande sulla via più adatta, sull’acclimatamento e sulla preparazione che ha senso fare prima di partire.
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