La cultura Swahili è nata da un millennio di incontri tra l’Africa Bantu, i commercianti arabi e persiani, i mercanti indiani. Non è un’etnia unica, è una civiltà costiera. La sua lingua, il Kiswahili, è oggi parlata da oltre 200 milioni di persone. La sua architettura più bella è a Stone Town di Zanzibar.
Pianifica il tuo viaggio in Tanzania Guarda i tourOrigini e identità
Gli Swahili non sono un’etnia nel senso tradizionale. Sono una cultura costiera che si è formata nel corso di secoli di commerci e migrazioni lungo la costa dell’Africa orientale, da Mogadiscio al Mozambico. Il loro nome deriva dall’arabo “sawahil”, che significa “costieri”.
La base della cultura Swahili è Bantu. I primi abitanti della costa erano popolazioni agricole e pescatrici di lingua Bantu. Le loro tradizioni, le cerimonie, la struttura sociale, il cibo di base, sono radicate in questa Africa subsahariana. Le lingue Bantu sono la grammatica e il vocabolario africano del Kiswahili.
Dall’VIII secolo in poi commercianti arabi e persiani percorrevano i monsoni tra il Golfo Persico e la costa africana. Si fermavano nelle città costiere, Kilwa, Mombasa, Zanzibar, per mesi. Molti si stabilivano e si sposavano con le donne locali. L’Islam, l’architettura in corallo e i vocaboli commerciali sono il loro lascito più visibile.
Le città swahili erano nodi di una rete commerciale che collegava l’Africa interna con l’Asia. Si esportava oro dall’Zimbabwe, avorio, ambra, schiavi. Si importava porcellana cinese, tessuti indiani, ceramica persiana. Zanzibar era il centro di questa rete, il porto dove si incrociavano tutte le rotte.
Il Kiswahili è la sintesi linguistica della civiltà Swahili, grammatica Bantu, vocabolario che include migliaia di parole arabe, persiane, portoghesi, inglesi, indiane. È la lingua franca di tutta l’Africa orientale e centrale. In Tanzania è lingua ufficiale insieme all’inglese. Julius Nyerere lo ha promosso deliberatamente come strumento di unità nazionale.
La quasi totalità degli Swahili è musulmana, sunnita di scuola shafiita. La preghiera del venerdì, il Ramadan, l’architettura delle moschee, sono parte integrante della vita swahili. L’Islam però si è adattato alle tradizioni locali, cerimonie come il Mwaka Kogwa di Zanzibar, la musica taarab, la medicina tradizionale coesistono con la pratica religiosa.
La cucina swahili è un incrocio tra Africa, Arabia e India. Riso pilau speziato, biryani, samosa, pesce alla griglia con salse di cocco, mchicha (spinaci africani), chai speziato. A Zanzibar il Forodhani Gardens, il mercato serale sul lungomare, è il posto più vivido dove assaggiare decine di piatti in un’atmosfera unica.
A Stone Town, la porta di casa è un manifesto di identità. Le porte intagliate in teak e mshandao sono una delle espressioni artistiche più sofisticate della civiltà Swahili. Ogni porta ha un’architettura diversa, il testo intagliato, i motivi floreali, le borchie di ottone nel caso delle case di origine indiana, le iscrizioni coraniche nelle case arabe.
Si stima che a Stone Town ci siano oltre 500 porte storiche. Alcune risalgono al XVII e XVIII secolo. Sono protette dall’UNESCO come parte del patrimonio della città. Passeggiare tra i vicoli di Stone Town è un percorso attraverso questa galleria di legno intagliato, ogni porta racconta la famiglia che ci abitava, la sua origine, la sua fede, il suo rango.
La cultura oggi
Direttore Tecnico, in Africa dal 1993 e in Tanzania dal 1996
Capire la cultura Swahili cambia il modo di guardare Zanzibar. Non è solo una spiaggia bella, è una delle città più ricche di storia di tutta l’Africa. Quando organizziamo il soggiorno a Zanzibar inseriamo sempre una visita guidata a Stone Town fatta da qualcuno che ci vive, non da una guida turistica standard. Si entra nelle case, si prende il chai in un vicolo, si capisce come funziona la vita quotidiana dietro le facciate. La musica taarab la sera, il mercato di spezie al mattino, il Forodhani Gardens all’imbrunire, questi sono i momenti che restano.
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Entrambe le cose, con sfumature diverse. Come cultura è l’insieme delle tradizioni, la lingua, la religione, l’architettura e la cucina delle popolazioni costiere musulmane dell’Africa orientale. Come identità etnica, chi si definisce Swahili, specialmente a Zanzibar, riconosce nella propria famiglia una storia di mescolanza tra Bantu africani e migranti arabi o persiani. Non è un’etnia pura e chiusa, è un’identità aperta che si è costruita attraverso secoli di commercio e convivenza.
Il taarab è la musica tradizionale Swahili, nata a Zanzibar nello XIX secolo, influenzata dalla musica araba, egiziana e indiana. Un’orchestra taarab include violini, oud, qanun, percussioni, voce solista. I testi sono in Kiswahili e parlano di amore, dolore, nostalgia, ironia sociale. È la musica che si suona ai matrimoni e alle feste. A Zanzibar si ascoltano serate taarab nei ristoranti e nei club culturali di Stone Town, è un’esperienza musicale rara e preziosa.
Stone Town è una città a maggioranza musulmana. Nelle strade interne del centro storico vale la pena coprire spalle e ginocchia, non è obbligatorio per legge, ma è un segno di rispetto apprezzato. Durante il Ramadan si evita di mangiare, bere o fumare in pubblico nelle ore di digiuno. Non si entra nelle moschee senza essere invitati. Nelle aree più interne e meno turistiche si chiede prima di fotografare le persone. Queste poche attenzioni cambiano il modo in cui si è accolti.
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